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Gianluigi Veronesi

Gianluigi Veronesi

Gianluigi Veronesi

40 anni di vino italiano narrati da Andrea Zanfi con 43 protagonisti

Un viaggio lungo colline, vigneti e cantine, intrecciato di microstorie è narrato con piacevole leggerezza nel libro “Essenze, leggende e storie – L’anno zero del vino italiano”. E’ scritto dall’autore-editore Andrea Zanfi, stampatore anche “Bubble’s Italia Magazine”, il quadrimestrale nazionale, che racconta le bellezze italiane, panorami e architetture, grandi fotografi, artigiani del gusto e il patrimonio del comparto vino made in Italy. Le opere di Zanfi vengono acquistate per essere lette, per arricchire biblioteche private e pubbliche in posizione di pronta consultazione. Questo nuovo libro si compone di 422 pagine che coinvolgono direttamente i consumatori "consapevoli",  appassionati del buon gusto e dei prodotti di qualità.  Ne parliamo in modo esteso perché con i viandanti del calibro di Antinori, Folonari, Frescobaldi, Felluga, Gancia, Lunelli, Maculan, Bucci, Forte, ci sono anche gli emiliani Chiarli e Giacobazzi e con loro il piacentino Giampietro Comolli, la cui carriera professionale è costellata di posizione di vertice in griffe vitivinicole e del cibo tra le quali Franciacorta, Bolgheri, Ferrari, Segnana, Surgiva, Salaparuta, Prosecco, Altamarca. 
All’origine c’è l’esperienza piacentina di Terranostra: cucina, cibo, piatti tipici con il marchio agrituristico piacentino diventato nazionale.  “Personaggio difficile, dalla personalità forte, dalla capacità di saper prendere posizione anche controcorrente evitando però il doppio rischio del banale e del profetismo - così lo presenta ai lettori l’intervistatore Zanfi - Comolli è sempre stato un accanito sostenitore del valore economico e sociale dell’associazionismo in agricoltura in generale, dei consorzi di tutela del vino in particolare; per molti colleghi è un maestro e uno dei più completi direttori di enti collettivi in Italia”. 
Dalle pagine di Zanfi emerge il suo carattere secco, stakanovista, verticale: “Tutte le volte che con Giampietro parlo del mondo del vino c’è sempre da rapportarsi con la sua visione dei fatti e con le sue verità assolute. Per lui il dubbio è poco accettabile e le esperienze passate sono certezze universali e granitiche, in ogni caso difficili da rimuovere. Ci sono due tonalità di pensieri, quella bianca o quella nera, e lui ha l’assoluta sicurezza che, comunque le si guardi, una delle due è la sua ed è l’unica che conta.  È uno che va di traverso a molti; è come una spina di pesce che ti rimane in gola e dà fastidio, ma è anche uno che sa cucinare bene quel pesce che hai deciso di condividere con lui”.  
“Cominciai a interessarmi al vino nel 1973, sotto l’ala di mio nonno - racconta Comolli -  nell’azienda agricola di mia madre. Producevamo un vino rosso e uno bianco frizzante; uno spumantino fermentato in bottiglia piacevolissimo, che tuttavia – come il rosso del resto – si presentava con un “fondo” in bottiglia, che di fatto lo rendeva difficilmente commercializzabile, un “vino del contadino”.
Nell’intervista Zanfi ripercorre tutta la carriera di Comolli, da Piacenza fin in Sicilia, dalla Lombardia fino al Veneto, con tappe in Cava, Champagne, Alsazia, Stiria partendo prima dalla dirigenza Anga in Unione Agricoltori, dal segretariato di zona in alta val Nure, dove si trovò sul tavolo delle note e tanto discusse quote latte. Già allora, confida, con alcuni dubbi sulla gestione e sulle motivazioni pubbliche di tale imposizione UE. Dopo aver creato il marchio “Terranostra”, Comolli racconta il suo contributo alla stesura sia della prima legge italiana sull’Agriturismo, sia di quella sulle Strade del Vino: “Il sistema agricolo stava cambiando così rapidamente che sentivo la necessità di stargli al passo. Contemporaneamente la passione del vino mi spinse a seguire e superare i corsi da sommelier e degustatore iscrivendomi alla prima Arci Gola e ai seminari di Gino Veronelli, di cui divenni allievo e amico”.  
Seguono i primi otto anni passati a creare e a dirigere il Consorzio tutela Doc Colli Piacentini, riscrivendo il disciplinare da 3 a 18 Doc, allargando i territori Doc di Gutturnio frizzante consentendo a molte terre piacentine di qualificarsi e incrementare il valore e Trebbianino Val Trebbia, inserendo le tipologie Classico, Superiore e Riserva per sdoganare la voglia di vini rossi fermi internazionali. Piacenza crebbe enormemente con i Doc: il Gutturnio divenne il vino più consumato a Milano.  Nel 1991 è al fianco del prof Mario Fregoni nella stesura degli articoli dei vini spumanti e frizzanti nella legge 164/92 che riorganizzò tutte le Docg-Doc, ma nell’andare in stampa, vennero tolti perché all’epoca il vino spumante italiano doveva essere solo Asti e industriale!   Da qui la scelta rischiosa di dimostrare e provare di aver ragione andando per 8 anni a dirigere il Consorzio e lanciare il Franciacorta come alternativa dello Champagne. “Fu un tempo di grande crescita professionale e di conoscenza delle bollicine”.  Accettò quindi l’offerta della famiglia Lunelli, diventando direttore strategico del gruppo Lunelli-Ferrari, poi una nuova fase di vita professionale dedicata a conoscere più territori, distretti, per una visione più completa sul panorama del sistema vitivinicolo italiano. Zanfi è molto abile a estrapolare le riflessioni di Comolli: “…all’inizio anni ‘80 la produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata non arrivava al 10% degli ettolitri prodotti; il vino veniva venduto sfuso, a 400-600 lire litro e il mercato era regolamentato dai commercianti, che dettavano regole e prezzi. Il cambiamento radicale avvenne però poco dopo, quando il mercato riconobbe il valore del vino prodotto da quei vignaioli che pensarono di governare autonomamente l’intera filiera produttiva.  Dalla legge nazionale del 1963, che dette vita alle Denominazioni di Origine in Italia, dovemmo attendere la legge 164 del 1992, dopo l’evento delittuoso del metanolo, per mettere mano a un sistema che aveva pochissimi elementi di garanzia e nessun controllo reale del vino per il consumatore.  “Ho assistito alla fioritura di molti territori viticoli prima di allora sconosciuti, ma ci sarebbe ancora tanto da fare. Pensa che sette bottiglie su dieci vengono vendute ancora con il nome del vitigno e non con il nome del territorio. Nel settore ci sono potenzialità enormi, inespresse. Siamo ai primi vagiti di un sistema vino che deve ancora incominciare a camminare. Potrebbe essere il tempo di grandi cambiamenti organizzativi, culturali, sociali, economici che dovrebbero implementare l’impresa vitivinicola. Nell’intervista si mescolano quaranta e oltre anni dedicati al vino italiano in tutte le sue sfaccettature anche come visione nazionale ed europea di un comparto che conta molto per l’Italia; si sottolinea il grande numero di imprese premiate, l’alta qualità raggiunta sia nell’uva che nel vino, ma anche la delusione per il basso valore dell’uva italiana, e piacentina in particolare. “Dobbiamo cambiare passo, smetterla di pigiare il piede sull’acceleratore e correre tanto per correre. Dobbiamo riflettere su dove andare pensando a come mai oggi si vende un litro di vino sfuso a 0,60 centesimi e sessant’anni fa lo vendevamo a 120-140 lire...”.

Andrea Zanfi
Essenze, leggende e storie – L’anno zero del vino italiano

 

Festival Printemps des Arts: a Monte-Carlo presentata l’edizione 2021 

“Per chi? Per cosa? Venite ad ascoltare brani che non avrete facilmente la possibilità di apprezzare, musiche di tutte le epoche, eventi originali nei luoghi più vari. Il Printemps des Arts è un festival nato per il piacere dell’ascolto, capace di arricchire di ricordi felici che durano a lungo. Con un programma caratterizzato da grandi artisti o ancora non pienamente affermati e orchestre di prestigio, offre una programmazione internazionale”. 
Parole del direttore Marc Monnet che, mercoledì 4 novembre alle 14.30, alla conferenza stampa al Grimaldi Forum di Monaco, ha presentato la prossima edizione del Festival Printemps des Arts che si terrà dall’11 marzo all’11 aprile 2021.
Dopo la sofferta decisione che ha portato ad annullare l’edizione 2020, è con grande piacere ed entusiasmo che Marc Monnet ritroverà gli artisti e il pubblico per la sua ultima edizione alle guida del festival, prima di consacrarsi pienamente alla composizione. Monnet ha infatti aggiunto che, dopo 19 anni alla direzione della manifestazione monegasca, lascerà l’incarico di direttore e che Bruno Mantovani, compositore e direttore d’orchestra, gli succederà come direttore artistico a partire dall’edizione 2022. E’ possibile vedere la conferenza stampa sul sito del festival (printempsdesarts.mc).
Quest’anno al Printemps des Arts la creazione ha un posto d’onore con quattro nuove opere commissionate dal Printemps des Arts. La parole va ai compositori con la propria singolarità e i propri mondi sonori. Sebastian Rivas immagina una creazione “Snow on her lips…” per una performer, tre pupazzi e quattro musicisti, a cui si aggiungono oggetti elettronici e proiezioni; Frédéric Durieux scrive il suo secondo quartetto d’archi “Diario Ellittico”; Gérard Pesson – quest’anno compositore en résidence - si lascia sedurre dalle sonorità inedite de l’accordéon a cui consacra un concerto  “Chante en morse durable”; Marco Stroppa propone “6 études paradoxales” per pianoforte. 
Il concerto inaugurale dell’ 11 marzo al Grimaldi Forum è consacrato alla “Scuola di Vienna” con le musiche di Anton Webern e Alban Berg affidate all’Orchestre National de France con la solista Chen Reiss (soprano) diretta da Daniele Gatti. Il 12 marzo al Museo Oceanografico i solisti dell’Ensemble intercontemporain, specialisti di musica moderna e contemporanea, proporranno pezzi intimi di musica da camera di Schönberg, Berg e Webern. Il 13 marzo all’Auditorium Rainier III sempre l’Ensemble intercontemporain con il pianista Hidéki Nagano  e la direzione di Matthias Pintscher accosterà le musiche di Schönberg e Berg a quelle di Franz Liszt. Considerato come uno dei migliori cori da camera del mondo, il Coro della Radio lettone il 20 marzo all’Auditorium Rainier III restituirà il senso mistico alle musiche vocali religiose composte da Franz Liszt, fervente credente al servizio della Chiesa cattolica.
Il 21 marzo all’Opéra Garnier il prodigioso pianista francese Bertrand Chamayou ritorna a Liszt per una maratona singolare che riunisce l’integrale dei tre volumi degli “Anni di pellegrinaggio”, diari di viaggio delle fughe amorose in Svizzera e in Italia con la contessa Marie d’Agoult.  Tedi Papavrami è l’interprete ideale di un’opera commovente e profonda (“Concerto per violino”) che Berg scrisse in memoria di una giovane amica prematuramente scomparsa, cui fa eco l’emozione straziante di “Pelléas et Mélisande” (1905) di Schönberg. Il solista è accompagnato dall’ Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo diretta da Kazuki Yamada (27 marzo). La musica francese tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo è protagonista del concerto del primo aprile con pagine pianistiche liriche e poco eseguite ispirate alla natura affidate ad Aline Piboule  
Il concerto del 2 aprile è un omaggio alla dimensione ludica con lo spettacolo “Bibilolo”. Marc Monnet ne firma le musiche e Arno Fabre la messa in scena giocando con gli oggetti del mondo dell’infanzia. Il 3 aprile torna la scuola di Vienna con Berg e Schönberg e la prima assoluta di Gérard Pesson nell’interpretazione dell’Ensemble Les Siècles e dei solisti Kit Armstrong (pianoforte), Renaud Capuçon (violino) e Vincent Lhermet (accordéon).
Il festival prosegue poi con tre recital dedicati alla musica barocca per clavicembalo affidata ai grandi interpreti Andreas Staier, Pierre Hantaï e Olivier Baumont (8-10 aprile). 
L’edizione 2021 si conclude l’11 aprile con dei pezzi per pianoforte ed orchestra di Franz Liszt raramente eseguiti e, per l’occasione, interpretati dal pianista ceco Ivo Kahánek, che ha vinto nel 2004 il prestigioso Concorso Internazionale di musica della Primavera di Praga, e dal giovane e talentuoso direttore ungherese Gergely Madaras alla guida dell’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo.  Il Printemps des Arts cura la dimensione didattica e divulgativa organizzando tre masterclass in pianoforte (Bertrand Chamayou), clavicembalo (Andreas Staier) e accordeon (Vincent Lhermet) e, a preludio dei concerti, presentazioni sui compositori e sulle opere e incontri con gli artisti. 
Sale da concerto e luoghi non convenzionali ospiteranno gli appuntamenti dell’edizione 2021, dall’Auditorium Rainier III all’Opera, dall’ Hôtel de Paris al One Monte-Carlo, dall’Église Saint-Charles al Grimaldi Forum, dal Théâtre des Variétés al Museo Oceanografico, dal Tunnel Riva al Ristorante della Società nautica di Monaco.

Modalità di prenotazione e di acquisto dei biglietti: il prezzo dei biglietti è di 15 euro (ad eccezione di quello inaugurale); biglietti di 10 euro per giovani fino ai 25 anni, entrata gratuita per i bambini fino ai 12 anni. Per gruppi biglietti ridotti.

FESTIVAL PRINTEMPS DES ARTS DE MONTE-CARLO
12 avenue d’Ostende MC 98000 Monaco, tel +377 97983290 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; www.printempsdesarts.mc

 

Bavaria: nuovo design, stessa passione per la birra da oltre 300 anni

Il brand olandese cambia look, rinnovando la visual identity dell’intera gamma.
Immagine premium, dettagli eleganti e posizionamento distintivo: la gamma Bavaria si presenta con un nuovo, impattante design. La stessa qualità che da oltre 300 anni contraddistingue la birra del brand olandese, parte di Royal Swinkels Family Brewers, in bottiglie e lattine dal design contemporaneo e raffinato, che richiamano al contempo l’heritage dello storico birrificio olandese.
Il blu, colore che da anni caratterizza il brand, resta protagonista sull’etichetta a simboleggiare la freschezza, affiancato ora dal bianco e dall’argento.
Sulla bottiglia in vetro, dalla nuova shape sinuosa con un long neck, spiccano eleganti dettagli in rilievo, che la rendono riconoscibile anche al tatto: non soltanto l’iconica bussola a forma di triangolo stondato che punta a sud, simbolo dell’indipendenza del brand, ma anche la firma della Famiglia Swinkels, che da 7 generazioni guida il birrificio. Un forte richiamo alla tradizione, dunque, evidenziato anche dai sigilli dorati che impreziosiscono l’etichetta, richiamando la purezza degli ingredienti utilizzati fin dal 1719.

 Il restyling riguarda non soltanto Bavaria Premium, ma l’intera gamma: l’analcolica Bavaria 0.0% acquista un design ancora più distintivo, caratterizzato dai colori bianco e rosso, con un pack che trasmette leggerezza e contemporaneità.

Costituito il Comitato “TrattaPiacenza” a supporto della via Francigena: Italia candidata a riconoscimento patrimonio Unesco

E’ partito il progetto di sostegno alla candidatura della Via Francigena Italia (progetto approvato dal ministero dei beni culturali italiano il 7 febbraio 2020, già sul tavolo di quello francese e inglese) quale patrimonio dell’Umanità Unesco. E’ nato un comitato scientifico volontario privato a sostegno delle amministrazioni pubbliche sottoscrittori della “TrattaPiacenza” nella fase di approvazione del riconoscimento. Successivamente il comitato deve essere stimolatore, manifestatore e promotore delle imprese, enti, associazioni collegate e interessate a iniziative, accoglienza, ristoro, turismo lungo la Tratta. Il comitato si propone di “leggere” attentamente la storia di questa “via romea europea” che pose Piacenza al centro di un crocevia di strade, viaggiatori, pellegrini, viandanti assai eterogenei nell’arco di 10 secoli, da nord verso Roma. La “TrattaPiacenza” deve caratterizzarsi e avere una personalità alta. Chiediamo quindi il confronto con tutti per trovare quel tematismo-identità della storia culturale di Piacenza e di gran parte del territorio provinciale oggi coinvolto, ma assai diverso e multiforme lungo tanti secoli.  
Per questo Ti rivolgo l’invito a partecipare e costruire insieme ad altri un grande progetto legato a una storia profonda locale. La fase propedeutica della candidatura dovrebbe durare circa 3 anni, dopo di che bisogna essere pronti con un progetto-brand esclusivo piacentino. Ampliare il gruppo di lavoro vuol dire aumentare competenze ed esperti. Una proposta base concreta e significativa è stato il collante di avvio del comitato, va ora arricchita, migliorata, fatta conoscere. Intanto stiamo scoprendo interessanti vocazioni e indirizzi territoriali di Piacenza non comuni ai soliti slogan.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiorenzo Ascolese in finale alla Coppa del Mondo del panettone

Fiorenzo Ascolese è tra i 10 vincitori delle Selezioni Italiane Sud, la prima tappa del concorso internazionale sul lievitato per eccellenza.
A Reggio Calabria, nella splendida cornice del Teatro Francesco Cilea, sabato 31 ottobre, i giurati hanno valutato e degustato con attenzione tutti e 30 i panettoni in gara, decretando poi solo 10 vincitori.
Ora si vola verso l’ultima prova del concorso, la finale italiana, che si terrà a Milano il prossimo febbraio 2021, dove il pastry chef Fiorenzo Ascolese rappresenterà la Campania insieme ai suoi colleghi Angelo Grippa, Raffele Vignola, Salvatore Tortora e Giuseppe Mascolo.
“I prodotti sono stati di un buon livello, valutarli è stata una sfida e non sempre è stato facile” il commento dei giurati.
Nella giuria solo grandi nomi: Nino Rossi, chef stellato; Beniamino Bazzoli, Maestro lievitista; Gaetano Mignano, Campione del mondo Coppa della Gelateria;  Beppe Leotta, Presidente Conpait Sicilia, Rocco Scutellà, Maestro pasticcere AMPI; Giuseppe Russi, Campione del mondo pasticcieria, Giovanna Pizzi, Food blogger, Miglior sommelier Calabria 2011, Pier Paolo Magni, Maestro pasticciere AMPI e Campione del mondo Coppa della Gelateria.
“E’ stato bello ed emozionante vedere il mio panettone artigianale esibirsi in una platea meravigliosa, dove pasticceria & arte erano un’unica cosa” dichiara Fiorenzo Ascolese subito dopo la proclamazione “Già essere stato qui è un successo, ora la finale di Milano è un traguardo che dedico alla mia Terra“.
Gli altri riconoscimenti del pastry chef di San Valentino Torio:
“Medaglia D’Argento” nella gara per il “Migliore Panettone del Mondo 2020” // FIPGC
“Medaglia D’oro” nella gara per il “Migliore Panettone del Mondo 2019” // FIPGC
“Migliore Colomba Innovativa” 2019 // Premio Dolce Pasqua “Miglior Panettone Tradizionale d’Italia” e “Miglior Packaging” // Una Mole di Panettoni 2017 e 2018 “Regina Colomba” 2017 “Miglior Panettone Artigianale” // Re Panettone 2017

Il Sangiovese di Poggio della Dogana ha la Romagna dentro

Nel Poggiogirato di Poggio della Dogana ci sono tutte le sfumature della Romagna: al naso e in bocca rivela un caleidoscopio di profumi e aromi, dalla ciliegia alle more, dall’arancia al mirtillo, dalla menta al rosmarino, il ginepro e il pepe nero. 
Il vino ideale per un pranzo in famiglia, capace di essere l’abbinamento perfetto anche con piatti di cacciagione, arrosti e frattaglie. Oppure semplicemente per accompagnare la lettura di un libro accanto ad un caminetto acceso.
Poggiogirato è un Romagna Sangiovese Superiore Riserva prodotto a Castrocaro Terme, in località “le Volture”, da vigneti di Sangiovese di 15 anni di età con 5000 piante per ettaro, allevati a cordone speronato e dislocati a quota 200 metri s.l.m. La resa per ettaro è di 5000 kg/ettaro, ossia 1 kg per pianta. Per quanto riguarda la vinificazione, le uve Sangiovese vengono raccolte assieme e fermentate in uvaggio. La fermentazione e la successiva macerazione sulle bucce avvengono in tini di acciaio a temperatura controllata. Il contatto del vino con le bucce dura mediamente 24 giorni; segue la fermentazione malo lattica. L’affinamento è di 9 mesi in tonneau, 6 mesi in acciaio e minimo 3 mesi in bottiglia per un totale di 3mila prodotte. 
In questo vino emerge tutto il carattere della Romagna, terra generosa e forte come i vini di Poggio della Dogana.

About Poggio della Dogana
Poggio della Dogana sorge a Terra del Sole, direttamente sul poggio nel quale si ergeva la dogana di passaggio di confine storico, territoriale e culturale tra Romagna Pontificia e Granducato di Toscana. L’azienda agricola, nata nel 2017, è guidata da tre amici imprenditori nel campo delle energie rinnovabili, con alle spalle una consolidata esperienza nel settore della finanza: i fratelli Aldo e Paolo Rametta e Cristiano Vitali.

Marmolada - Move To The Top: sci e non solo

Al via il 5 dicembre la stagione invernale della Marmolada con la riapertura della funivia Move To The Top che da Malga Ciapèla conduce ai 3.265 m di Punta Rocca. Sci, cultura e panorami mozzafiato sulla Regina delle Dolomiti per vivere un inverno in piena sicurezza che garantisce divertimento e relax nel massimo rispetto delle normative, evitando code e assembramenti tra impianti e strutture. 
In Marmolada l’inverno ha già dato il suo benvenuto con la prima neve fresca, preannunciando una nuova stagione sugli sci che porta in serbo anche qualche novità. La riapertura della funivia Marmolada Move To The Top, prevista per il 5 dicembre (condizioni Covid e neve permettendo), riporterà in quota gli appassionati della montagna tra la pista più lunga del Dolomiti Superski, il circuito del Sellaronda e l’area sciistica del Padon che quest’anno può contare su un secondo Skilift ampliando l’offerta per le famiglie e i bambini. Inoltre, una proposta culturale che attrae anche i non sciatori: il Museo Grande Guerra Marmolada 3.000 M e l’unico punto in cui poter osservare tutti i 9 sistemi delle Dolomiti, la terrazza panoramica di Punta Rocca.
Non solo sciatori, alpinisti e professionisti di alta montagna, la Marmolada, Regina delle Dolomiti con i suoi 3.343 m di altitudine, può accogliere anche i meno esperti grazie a una comoda funivia che in soli 12 minuti conduce da Malga Ciapèla a Punta Rocca: è questa la stazione più in quota della funivia Move To The Top da dove si apre uno dei più bei panorami sulle vette dolomitiche, l’unico punto in cui poter osservare tutti e 9 i sistemi del gruppo montuoso. Se in questo territorio lo sci alpino offre il privilegio di combinare divertimento e panorama nel cuore del Patrimonio Mondiale UNESCO, la cultura propone un suggestivo viaggio nella storia: a quota 3.000 m, infatti, presso la stazione funiviaria di Serauta, il Museo Grande Guerra Marmolada 3.000 M offre uno spazio interattivo di 300 mq che narra le testimonianze della Prima Guerra Mondiale vissuta da soldati italiani e austro-ungarici in questa zona. Per gli amanti dello sci, invece, da non perdere la più lunga pista del circuito Dolomiti Superski, la Bellunese: un tracciato largo e con una pendenza contenuta, adatto anche ai meno esperti, che si sviluppa in 12 km e 1800 m di dislivello, attraversando il ghiacciaio della Marmolada fino al Passo Fedaia per poi scendere a Malga Ciapèla lungo i pendii della montagna. Apprezzata anche dagli amanti del Sellaronda, lo ski tour per il quale offre un importante punto di collegamento, la Marmolada permette di accedere ad un percorso unico al mondo che racchiude ben 40 km di tracciati connettendo i quattro passi dolomitici intorno al massiccio del Sella. Inoltre, si rivela un territorio adatto anche alle famiglie e ai bambini: da quest’anno, grazie al ripristino dello Skilift Aerei 2 di Malga Ciapèla nell’area del Padon, ritorna infatti accessibile una panoramica e piacevole pista blu, scenografica palestra naturale anche per la Scuola di Sci Marmolada.
Sci, cultura e panorami mozzafiato: numerose le esperienze da vivere in Marmolada, adatte a un pubblico variegato di sciatori e non che possono contare su ospitalità e sicurezza in ogni contesto. Garantendo il massimo rispetto delle norme anti-Covid, in conformità con l’intero circuito del Dolomiti Superski, l’impianto funiviario Marmolada Move To The Top pone particolare attenzione alla sicurezza e alla salute dei suoi ospiti attuando una serie di misure di prevenzione, dal distanziamento alla riduzione della portata degli impianti, dalla sanificazione all’evitamento delle code, suggerendo anche l’accesso in fasce orarie meno frequentate e maggiore libertà di movimento. L’arrivo al mattino presto, all’apertura della funivia (ore 9.00), offre ad esempio il privilegio di lasciare le prime tracce sulla neve immacolata evitando gli affollamenti; così come il primo pomeriggio, dopo le 13.00, assicura maggiore tranquillità in pista e sugli impianti.

Il tema Loison 2020: i bambini e i giochi di una volta

Il tema del 2020 è risultato complesso e allo stesso tempo ambizioso, che ha richiesto un dispendio enorme di energie e che ha comportato un processo organizzativo già dall’inizio del 2019. Per ricreare il mondo fantastico, ma reale, che ha costituito il palcoscenico del tema 2020, Sonia è stata aiutata da amici e conoscenti alla ricerca nei solai di giochi d’epoca originali dei primi anni del Novecento, balocchi di una volta con i quali ci si divertiva sia da soli sia in gruppo: dalle bambole in porcellana agli aeroplanini in legno, dalle macchinine a pedali ai cavallucci a dondolo, dalle trottole ai carillon. Una memoria di tali bei momenti che hanno permesso di crescere giocando con la fantasia. 
Sonia ha studiato ogni dettaglio, andando alla ricerca di vecchie stoffe di una volta - voile con incantevoli ricami, velluti a coste, tessuti ricamati - per realizzare, a regola d’arte da sarte esperte, gli abitini di un tempo indossati durante le riprese. Ecco quindi i gilet o i pantaloncini alla zuava per i maschietti, o per le femminucce vestitini in velluto, camicette con il colletto rotondo, vestagliette e abitini alla marinara per entrambi.
I piccoli all’inizio erano un po’ spaesati poi con serenità̀ si sono guardati intorno e ognuno, a modo proprio, si è espresso con grande felicità in maniera naturale proprio come traspare dalle foto.
Con questo tema, Sonia Design desidera risvegliare i ricordi di quando i bambini, giocando, sviluppano fantasie e trovano sicurezze in se stessi, nel pieno rispetto della sensibilità di ognuno. I protagonisti di questo spaccato di vita sono bimbi di collaboratori ed amici che, in un’ambientazione dei primi del Novecento, si sono divertiti con giochi autentici, per trasmetterci ciò che è parte della nostra storia.
Sonia desidera ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo progetto.

COLTIVARE LA PROPRIA CREATIVITÀ PER SAPER AFFRONTARE IL DOMANI
Il tema che Sonia ha scelto per il 2020 vuole essere un invito a far crescere i nostri bambini sviluppando la loro fantasia per far esprimere se stessi. Non dobbiamo avere paura di far giocare i nostri piccoli con “il nulla”. Insegniamo loro a utilizzare giocattoli che aiutano la loro capacità inventiva, affinando le loro abilità per sviluppare poi le loro inclinazioni, senza caricarli di eccessivi strumenti digitali: all’inizio si potranno sentire smarriti, ma poi il “gioco di una volta” farà presa sulla loro fantasia ritrovando il gusto del divertimento. Imparare a vedere dentro se stessi e a conoscersi sarà̀ una leva positiva utile per affrontare il mondo del domani, quello fatto di adulti, di padri e madri che a loro volta saranno genitori consapevoli delle proprie debolezze capaci di riconoscere e amplificare i talenti dei loro bimbi.
Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione. (Platone)

Press info:
www.loison.com 
press.loison.com 
www.insolitopanettone.com

Valle di Cembra: un pentagramma con note uniche

E’ il piacere di raccontare che diventa nel lettore piacere di leggere. Almeno questo è ciò che nutro nella mente e che spero si traduca in cruda realtà ogni volta che mi accingo a scrivere qualcosa. Poi magari chi mi sta leggendo dopo poche righe molla il tutto, forse perché non sono stato in grado di catturare la sua attenzione, o forse solamente perché leggere su di un foglio elettronico è diverso dal sentire il profumo della carta; o più probabilmente perché non sono capace di scrivere. Ma ci tento lo stesso, lo faccio sempre con amore e sincerità, con passione e rispetto per gli argomenti che tratto. Come in questo momento, mentre la pioggia scandisce il tempo e i ricordi si fanno strada nella memoria rievocando piacevoli attimi di un soggiorno trentino. E’ in quella piccola regione che c’è una valle che ogni volta che la vedo mi dona emozioni, un tempo giovani, come scrisse Mogol per Battisti, oggi adulte, mature ma pur sempre nuove. E’ la Valle di Cembra, un grande pentagramma di terra su cui l’uomo ha scritto le sue note con il sudore e la fatica e sul quale oggi un musicista non può che leggere una melodia unica e inconfondibile. La valle e i suoi vigneti posti sui terrazzamenti impreziositi da oltre 700 km di muretti a secco, quelle viti che arrivano a sfiorare i 900 metri di altezza e che donano grappoli generosi che si traducono poi, nelle cantine, in vini pregiati. Se li guardi dall’alto non puoi non percepire il meraviglioso connubio che unisce natura e lavoro delle mani, volontà e determinazione. Si, perché le cose non sempre andate così. In valle la fame e la sofferenza l’hanno fatta da padrone per molto tempo e solo un popolo caparbio e volenteroso ha potuto trasformare la tristezza in gioia. Ecco perché di recente il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali ha riconosciuto questa terra come “Paesaggio Rurale Storico d’Italia” semplicemente perché lo è a tutti gli effetti. La viticoltura, quella definita eroica, qui ha un senso speciale, una valenza, un’importanza determinante per la gente. Ma non c’è solo l’uva e il vino, ci sono i piccoli frutti e le mele, c’è il porfido, la pasta fatta a dovere, i salumi come il tipico speck e, oggi più che mai, la giusta apertura mentale delle persone al fine di incentivare un turismo che sappia apprezzarne le sfumature: diverse da altre valli ma decisamente deliziose. Se andate in Valle di Cembra e, per esempio, utilizzate le moderne biciclette con la pedalata assistita, potrete divertirvi per ore pedalando tra salite e discese, curve pronunciate e dolci rettilinei immersi proprio nei vigneti, in 700 ettari vitati che vi rimarranno nel cuore. Tra ottobre e novembre il paesaggio è un dipinto della natura, un olio su tela che nessun pittore al mondo potrebbe dipingere così bene. Oltre ai vigneti non manca certo la buona cucina fatta di piatti tipici e di innovazione, le suggestive piramidi di terra di Segonzano, vero masterpiece naturale, i grandi distillati preparati da mastri distillatori celebri nel mondo. E poi i sentieri da percorrere a piedi, interessantissimo quello dei vecchi mestieri di Grumes con tanto di vecchia segheria e antico mulino, e poi ci sono i Masi, le aziende agricole, dove in alcuni è possibile soggiornare e stare a contatto con gli abitanti della valle. Un tour nelle cantine è doveroso, dovete farlo, potrete così assaggiare vini come la Schiava, il Pinot Nero, il Gewürztraminer, lo Chardonnay ma soprattutto le varie sfumature di Müller-Thurgau. Chi mastica la materia sa bene come un vino in base al territorio, all’altezza, alla lavorazione in cantina possa presentarsi simile a un altro ma decisamente diverso, pur essendo derivato dalla stessa tipologia di uva. Di recente, durante la XXXIII rassegna Müller-Thurgau, nata proprio come evento dedicato al vino di montagna per celebrare questo vitigno che in valle ha trovato un dimora ideale, in concomitanza con il XXVII Concorso Internazionale Vini Müller-Thurgau ho avuto il piacere di berne, e ribadisco berne e non degustarne, diversi di differenti produttori. Anche se l’edizione di quest’anno dei due appuntamenti ha subito notevoli modifiche per via del Covid, non è assolutamente mancato il piacere dei vini. 60 Müller-Thurgau in gara tra cui 51 italiani e 9 stranieri (tedeschi e ungheresi). e ben 18 i vini premiati. Per parlare di Müller-Thurgau bisogna fare un giretto nel tempo, magari con la bici della memoria, e arrivare alla fine del 1880 quando il prof. Hermann Müller mise a punto l’incrocio tra il Riesling renano e Madaleine Royal. Oggi il celebre Müller-Thurgau è un vitigno che matura meglio in montagna e in zone come la Valle di Cembra, che è un territorio protetto da boschi e monti, con la caratteristica dei terreni porfirici e l’intensa escursione termica si esprime al meglio. Il vino che ne si ottiene si presenta con un colore giallo paglierino leggero arricchito da riflessi verdolini, mentre al palato risulta molto aromatico con sentori di frutta tropicale e agrumi: sapido e con una piacevole acidità. In valle il Müller-Thurgau prodotto all’altezza più elevata sfiora i 900 metri. Ho poi visitato cantine e distillerie, sentieri e vigneti, passato e presente. Ho pranzato e cenato gustandomi i classici canederli, le tagliatelle di ortica, la pizza di patate, le castagne, le carni, i salumi e i formaggi, ma anche qualche piatto particolare come i tagliolini al cacao con trota e carciofi. Ho fatto colazione con dell’ottimo succo di mele e bevuto vini di notevole interesse…diciamo pure: buoni!!! Sono poi stato a Trento che dista pochi Km dalle valle, ci sono tornato per rigodermi il suo centro, una cena in un ristorante storico che affonda le sue radici nel lontano 1345 e dove si può ancora mangiare lo Smacafam tipico del posto, e per seguire la premiazione dei 18 vini Müller-Thurgau. Come dicevo quest’anno per via dell’emergenza sanitaria ci sono sati alcuni cambiamenti di programma degli eventi motivo per cui invece dalla cittadina di Cembra, palcoscenico usale, l’organizzazione ha optato per il Palazzo Roccabruna – Enoteca Provinciale del Trentino messo a disposizione dalla CCIAA di Treno per le giornate della manifestazione. Mi sento in dovere di sottolineare per la riuscita degli eventi l’alta professionalità degli uomini e delle donne della Strada del Vino e dei Sapori del Trentino che coordina le manifestazioni enologiche provinciali tra le quali proprio quella dedicata al Müller-Thurgau, e il Comitato Mostra Valle di Cembra. In un momento difficile come questo che tutti stiamo vivendo avere la forza e la volontà di non fermarsi è indiscutibilmente lodevole. Brindo di tutto cuore alla vita con un Müller-Thurgau.

Fabrizio Salce

Memorie e campane tra i profumi dell’olio

Mi è successo. Si, è capitato che qualcuno mi abbia chiesto se quando scrivo ho in testa un determinato pubblico, io rispondo sempre di no, ma in realtà spero che siano tante le persone che attraverso le mie parole possano trarre spunto per un viaggio, una cena, un attimo di spensieratezza. E’ fondamentalmente per questo motivo che cerco sempre di offrire i lati positivi dei miei viaggi, raccontando quanto di buono e di bello il nostro paese possa proporre. Atmosfere, colori, profumi, sapori, sorrisi: null’altro. Come oggi che vi racconto di quando arrivai sulla statale che collega Sava con Manduria in provincia di Taranto e presi alloggio presso Regia Domizia. E’ un posto molto bello con grandi spazi verdi, una bellissima piscina e tutti i requisiti per un piacevole soggiorno. Non cenai in hotel ma mi recai a Sava per gustare la buona pizza di Silvio Buttazzo. Membro dell’Accademia Nazionale Pizza Doc Silvio propone la vera pizza napoletana con delicate note pugliesi. L’indomani tornai a Sava per visitare il Museo dell’Olio. E’ un luogo molto interessante allestito all’interno di un vecchio frantoio semi ipogeo. I frantoi ipogei fanno parte della storia salentina degli ultimi secoli, era infatti in queste strutture che veniva prodotto l’olio lampante che serviva per l’illuminazione pubblica delle più importanti città d’Europa. Il Museo è ricco di oggetti che testimoniano il duro lavoro degli uomini che per svariati mesi all’anno lavoravano giorno e notte in condizioni difficili tra umidità e fatica, alimentazione sommaria e duri sacrifici.  Dopo la visita al Museo accompagnato da un grande esperto della materia, il Prof Antonio Cavallo, raggiunsi Francavilla Fontana in provincia di Brindisi. Nel comprensorio della Città degli Imperiali (i principi che governarono per due secoli) feci subito tappa presso la Chiesa di Maria Santissima della Croce luogo di culto mariano dalla facciata barocca. Con molta probabilità la chiesa risale al XIV secolo e il suo interno è impreziosito da opere d’arte di notevole importanza. Di straordinaria bellezza è il coro settecentesco interamente dipinto. E’ invece della Basilica Minore del Santissimo la cupola più alta del Salento. A pochi passi di distanza dalla Basilica è situata la Chiesa di Sant’Alfonso Maria dè Liguori edificata dove un tempo sorgeva un’altra Chiesa del trecento dedicata a San Francesco. Sant’Alfonso è molto suggestiva e di particolare bellezza il suo interno. Dopo i luoghi di culto una pausa me la regalai con i celebri confetti artigianali Riccio preparati con le mandorle e a ruota con la cucina di Zia Cinzia, una simpatica e gustosa trattoria di Sava che propone gustosi piatti della tradizione. Sempre a Sava nelle ore pomeridiane ebbi invece il piacere di degustare alcuni oli guidato dall’esperienza di un degustatore certificato: Antonio Mancino. Oli salentini e oli d’importazione per meglio comprendere l’alta qualità del prodotto locale. Per cena qualche piatto più ricercato presso il ristorante La Siesta. A pochi chilometri da regia Domizia c’è il Santuario di Pasano. Vi andai con piacere per incontrare la leggenda dello schiavo turco convertito al cristianesimo dopo un miracolo. La leggenda narra che un masso caduto dal cielo spezzò le catene all’uomo che in segno di ringraziamento abbracciò la fede cristiana. A tal proposito durante la stagione estiva nel centro di Sava si svolge una rievocazione storica dell’evento molto bella e coinvolgente. Se vi capiterà di andare al Santuario non perdetevi, oltre all'opere d’arte a sfondo religioso una fantastica opera della natura: nel giardino sul retro dell’edificio potrete vedere un ulivo di ben 400 anni. A cornice del Santuario trovai uliveti e muretti a secco tipici della zona ma dovetti ripartire presto per raggiungere San Marzano di San Giuseppe. In questo paese incontrai alcuni membri della comunità Arbëreshë ovvero quegli albanesi che secoli fa raggiunsero alcune zone dell’Italia meridionale. Anche loro mi accolsero con grande amicizia e mi invitarono a seguire di persona la rievocazione di un matrimonio in costume nella cornice preziosa della Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Per pranzo un ritorno a Sava dove al ristorante La Paranza gustai dei piatti a base di pesce davvero sopraffini. Fu invece nel comune di Oria che dopo una rilassante passeggiata tra le vie, le piazzette, i palazzi nobiliari e il castello, feci visita al bar Carone. Il bar è una sorta di museo che espone oggetti e reperti che risalgono ai primi decenni del 1900. Documenti, attrezzature da bar, bottiglie, confezioni e, in particolare testimonianze che ricordano la presenza degli americani durante la seconda guerra. Ma da buon goloso il mio interesse cadde sul tipico dolce chiamato Scarpetta. Un dolce semplice preparato con farina, uova, zucchero e la maestria della massaie oritane. Nella seconda parte del pomeriggio feci tappa al Convento di San Francesco di Sava per godermi il meraviglioso Museo Missionario. E’ un Museo che vi consiglio di tutto cuore perché propone una ricchezza straordinaria di reperti di ogni genere e di ogni luogo in cui sono stati operativi nel tempo i missionari. Ampie sale con vetrine stracolme di storia: minerali, animali, indumenti, documenti, oggetti di vita quotidiana delle varie popolazioni, un susseguirsi di reperti che vi affascineranno. Occorre però avere tempo per osservare e comprendere, almeno in parte, tutto ciò che è esposto. Uova e ossa di animali preistorici, armi tribali, indumenti orientali, attrezzature per la ricerca scientifica, un vero tesoro che impreziosisce l’immenso lavoro missionario di un tempo e oggi la città di Sava. E proprio le donne della Pro Loco di Sava furono, dopo la visita museale, le interpreti della mia cena casalinga: polpette di carne, chiocciole, verdure, fave, parmigiana, legumi, pucce salentine, dolci, il tutto annaffiato dal celebre vino Primitivo di Manduria. Per il terzo giorno di viaggio scelsi un altro Museo di notevole importanza. Mi recai infatti a Taranto per visitare il MarTa: Museo Archeologico Nazionale con tanto di laboratorio. Al suo interno reperti che ripercorrono tutta la storia salentina, dalle popolazioni messapiche ai romani passando per i greci. Dal paleolitico al medioevo la vera storia dell’Italia meridionale. I preziosi ori di Taranto e la tomba dell’atleta sono solo due dei grandi tesori custoditi, da visitare assolutamente. Dal MarTa al Castello Aragonese oggi di proprietà della Marina Militare, con le sue mura e torri di difesa e le tracce delle varie trasformazioni avvenute nel tempo. E poi il famoso ponte girevole san Francesco di Paola inaugurato nel 1958, il monumento dedicato ai marinai delle forze navali e poco più in basso, sul lungo mare, le sirenette dell’artista Francesco Trani realizzate con un particolare cemento resistente all’acqua salata e posizionate sugli scogli. Nel tornare verso Sava, come avrete capito la mia città di riferimento, mi soffermai a Torricella, due passi sulla spiaggia per ascoltare la voce del mare. Attimi di squisita intimità interiore e di riflessione prima del pranzo al Ristorante Angolo Verde. Avevo ancora molto in programma per quel viaggio e fu così che mi recai ad Avetrana. Lo splendido Torrione del XIII – XIV secolo e la Chiesa Madre con i suoi bellissimi interni meritano già di per se una visita, ma il mio interesse principale fu un frantoio ipogeo posizionato proprio sotto il Torrione. Come ho già detto in questi frantoi si lavorava alacremente per produrre quell’olio che, venduto in mezza Europa, portava reddito. Erano strutture ricavate quasi sempre da vecchi insediamenti messapici o bizantini e riadattati con ingegno al bisogno. L’olio necessitava di una temperatura costante per non perdere la qualità che il mercato richiedeva. Ci lavoravano uomini giovani che alternavano i mesi sotto terra nel frantoio ai mesi estivi propizi per la pesca. Uomini forti ma anche bambini, come tutto fare, come pulitori delle cisterne di contenimento dell’olio. Un lavoro duro condito da sacrifici e restrizioni. Visitate il frantoio di Avetrana e tutto vi sarà chiaro e, perché no, lampante. Arrivò l’ora di cena e scelsi il Vinilia Resort di Manduria e la cucina dello chef stellato Pietro Penna. Passai la notte e l’indomani raggiunsi Erchie per visitare la Chiesa di Santa Lucia e la sua fonte. La Santa, di origini siciliane le cui spoglie sono custodite a Venezia, è qui molto amata e venerata. Visitai la chiesa, la cripta e naturalmente, essendo un portatore di lenti, non esitai a sciacquarmi gli occhi con l’acqua della fonte. Il mio lungo viaggio vide la fine nel comune di Manduria. Tappa di rigore alla Cantina dei Produttori per la pausa pranzo e per un buon vino e poi visita alla città. Oltre ai luoghi di culto cristiani e ai palazzi non perdetevi il vicolo ebraico e la piccola Sinagoga. E’ una proprietà privata, motivo per cui bisogna prenotare per tempo la visita, ma merita assolutamente. In città c’è poi il Museo Civico ricco di documenti e cimeli che ricordano la seconda guerra e gli americani in Salento. Bisogna ricordare che a Manduria è ancora ben visibile l’aeroporto usato durante la guerra prima dalla nostra aviazione, poi da quella tedesca e infine dagli americani che lasciarono un segno indelebile, quel segno che potete ritrovare all’interno del Museo. Anche con le stelle e strisce di sfondo non persi la mia golosità e ne approfittai per finire il viaggio in dolcezza, prima con i mieli dell'apicoltura Alisi, ottimo quello di timo, e poi con il biscotto del soldato. Un biscotto energetico che le mamme e le mogli preparavano per mandare agli uomini al fronte. Fu un viaggio diverso dal solito, una miscela di cultura, sacralità e buoni sapori, ma soprattutto fu il viaggio della gentilezza, della cortesia, della disponibilità della gente salentina a farmi scoprire la propria terra anche in quegli anfratti meno rinomati ma altrettanto veri e importanti. Salento: dove la gente ti abbraccia. 

Fabrizio Salce 

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